Articolo 11: noi faremo la pace

A cura di  Monica e Sabrina   21 ottobre 2025

Articolo 11: noi faremo la pace
In Italia un’industria militare che muove cifre colossali e un piano europeo di riarmo da 800 miliardi di euro.
Un Paese che produce vittime in nome della pace, e un popolo chiamato a ricordare la promessa dimenticata.

Nel 1948, uscita a pezzi dal fascismo e da un conflitto mondiale che aveva ridotto l’Europa in macerie morali e materiali, l’Italia scrisse nella propria Costituzione una delle frasi più limpide e radicali della storia contemporanea:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”
Un principio di civiltà. Un impegno giuridico. Un vincolo morale.

Oggi, però, quella frase sembra appartenere a un’altra epoca. Mentre le bombe devastano, non solo Gaza, e i cieli del Medio Oriente si riempiono di droni, missili e propaganda, l’Italia continua a esportare armamenti e a partecipare a missioni militari all’estero.

Il “ripudio della guerra” è diventato un esercizio retorico, svuotato di sostanza.

 

Tra Costituzione e interessi geopolitici: il paradosso italiano dell’uso della forza

L’articolo 11 non vieta la difesa in caso di aggressione — lo chiarisce l’art. 52, che definisce la “difesa della Patria” un dovere di ogni cittadino — ma vieta in modo assoluto l’uso della guerra per fini politici, economici o ideologici.
Proprio qui si apre il conflitto tra principi e realtà.

Negli ultimi decenni, l’Italia ha aderito a missioni “di pace” che pace non era: Corea, Iraq, Afghanistan, Libia, Balcani, Libano, Sahel, Ucraina. Oggi fornisce il supporto militare a Israele, diretto (ufficialmente fino a ottobre del 2023) o indiretto, tramite scambi tecnologici e forniture di armamenti.
Il linguaggio ha sostituito la verità: non guerre, ma interventi umanitari, non bombe, ma supporti logistici, non alleanze militari, ma cooperazioni per la sicurezza.


Dunque il risultato è lo stesso: la costante crescita della macchina bellica nell’economia globale.

 

L’Italia delle armi: numeri, aziende, profitti

Dietro il volto pacifista della Costituzione, l’Italia ospita un sistema industriale militare tra i più sofisticati d’Europa.
Al centro c’è la Leonardo S.p.A., erede della storica Finmeccanica: una multinazionale a controllo pubblico (circa 30% in mano al Ministero dell’Economia) che opera nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza.

I numeri raccontano molto più delle parole, ecco alcuni dati:

  • 2010: ricavi per circa 18,7 miliardi € — utile netto cira 557 milioni.
  • 2011-2012: crisi, perdite complessive per oltre 3 miliardi €.
  • 2015: ricavi per circa 12 miliardi € - utile netto circa 500 milioni
  • 2019: ricavi 13,8 miliardi € — utile netto circa 800 milioni.
  • 2024: ricavi 17,8 miliardi € — utile netto circa 1,100 miliardi € (+63% rispetto al 2023).

Una crescita costante, trainata probabilmente dai programmi di difesa e dalle esportazioni.
Oggi, più del 70% del fatturato della Leonardo S.P.A proviene da commesse estere, spesso legate a Paesi impegnati in conflitti o a progetti militari congiunti NATO o UE.
Tra i principali partner italiani figurano Stati Uniti, Regno Unito e Israele, quest’ultimo in piena guerra con Gaza.

Accanto alla Leonardo S.P.A, l’altra colonna del comparto è Fincantieri, che produce navi militari, fregate e sottomarini.
Negli ultimi anni ha stretto partnership con la Marina USA e governi mediorientali. Dopo anni di perdite, nel 2024 è tornata in utile (27 milioni €), segno di una ripresa trainata proprio dalla cantieristica bellica.
Seguono aziende come Avio Aero, Elettronica S.p.A., MBDA Italia, tutte integrate nella rete NATO e nei programmi di armamento europeo.

È un settore che muove complessivamente oltre 15 miliardi di euro l’anno, dà lavoro a decine di migliaia di persone e contribuisce in modo pesante al PIL nazionale.

Ma a quale prezzo?

 

Articolo 11 vs Legge 185/1990: la guerra “legale”

Formalmente, l’Italia non viola la Costituzione.
Le esportazioni di armi sono regolate dalla Legge 185/1990, che vieta forniture verso Paesi in guerra o che violano i diritti umani.
Eppure, la prassi racconta altro.

Le licenze passano per il MAECI, tramite l’unità UAMA, che decide — spesso in modo poco trasparente — se un contratto è compatibile con la legge.
I componenti “dual use” (cioè civili e militari insieme) permettono di aggirare i divieti.
Le forniture in ambito NATO o UE non vengono considerate “esportazioni”, ma “cooperazioni interne”.
E così, anche quando Gaza brucia, i pezzi di tecnologia italiana continuano a volare sopra la Striscia, montati su droni o elicotteri israeliani.

La legalità formale diventa una foglia di fico, che copre la realtà di una complicità economica e industriale nella guerra permanente.

 

E la voce del popolo?

Il nodo politico è che il cittadino non decide.
Non vota se mandare armi, se partecipare a una missione, se aderire a un nuovo trattato militare.
Il Parlamento viene informato a posteriori, con relazioni sintetiche, spesso aggregate per “aree geografiche”, non per singole forniture.

La democrazia rappresentativa cede il passo a un sistema di decisione tecnica e diplomatica: pochi ministeri, alcune aziende strategiche e un network di alleanze sovranazionali (NATO, UE, ONU).
Un sistema che decide di operazioni importanti senza rispondere direttamente ai cittadini.

È il paradosso perfetto: una Repubblica nata dalla Resistenza che oggi finanzia, indirettamente, bombardamenti su popolazioni civili.

 

Alleanze, sudditanze e ipocrisie

Gli Stati Uniti restano il principale partner strategico e militare dell’Italia.
L’armistizio del 1943 e il dopoguerra hanno aperto una stagione di cooperazione che, nel tempo, si è trasformata in dipendenza tecnologica e geopolitica.
La nostra sovranità militare è vincolata alle logiche NATO e all’industria statunitense.
Molti sistemi d’arma italiani non possono essere utilizzati o venduti senza autorizzazione americana.

Nel frattempo, l’ONU — nata per garantire la guerra, ops scusateci il lapsus, nata per garantire la pace — appare oggi impotente: più di 50 conflitti “attivi” nel mondo, e nessun freno concreto alle potenze che violano i diritti umani o il diritto internazionale.

E gli organi di informazione? Tutti svenduti al potere. Perchè mentre l’attenzione mediatica si concentra su pochi conflitti centrali si dimenticano ad esempio, dello Yemen, Sudan, Siria, Myanmar, Congo, Nagorno-Karabakh, Etiopia, Iran, Nigeria, Somalia: la pace è l’eccezione, non la regola.
E dietro ogni conflitto si muovono le stesse logiche: energia, territori, industrie militari, alleanze di potere.


Israele è il caso simbolico: 80 anni di oppressione e occupazione, decine di risoluzioni ONU disattese, e nessuna sanzione effettiva.

 

Di fronte a questo scenario, l’Italia dovrebbe interrogarsi:
può un Paese che “ripudia la guerra” trarre profitto da un’economia che vive di guerra?
Può restare neutrale mentre esporta sistemi che alimentano conflitti?
Può parlare di pace mentre firma contratti miliardari con governi che bombardano civili?

Il problema non è solo giuridico — è etico e culturale.
Finché la pace sarà un concetto astratto e la guerra un affare redditizio, la nostra Costituzione resterà lettera morta

 

Il riarmo da 800 miliardi di euro: l’Europa che sceglie la via militare

Mentre si moltiplicano gli appelli alla “difesa comune europea”, Bruxelles ha approvato un piano da 800 miliardi di euro per il riarmo dell’Unione.
Una cifra immensa, che supera qualsiasi investimento civile recente, e che segna un salto di paradigma: dalla cooperazione alla militarizzazione.
Il programma — chiamato ReArm Europe — prevede 650 miliardi di euro provenienti dai bilanci nazionali e altri 150 miliardi di euro da strumenti finanziari europei, inclusi nuovi titoli di debito comunitario.
Dietro la retorica della “sicurezza condivisa” si muove la solita macchina industriale: aziende, consorzi, lobby dell’aerospazio e della difesa che si spartiranno fondi pubblici con la promessa di garantire “autonomia strategica”.
In realtà, sarà un gigantesco trasferimento di denaro dalle casse pubbliche ai produttori d’armi.

Mentre le scuole chiudono e gli ospedali cadono a pezzi, l’Europa sceglie di investire in missili, droni, fregate e sistemi di sorveglianza.
Si parla di “difesa”, ma è un linguaggio che anestetizza: produciamo strumenti di morte, non di sicurezza.
E l’Italia, invece di opporsi, partecipa con entusiasmo: Leonardo, Fincantieri e le altre aziende del comparto saranno tra le prime beneficiarie di questo piano.
Così, il “ripudio della guerra” si rovescia nel suo contrario: una corsa all’armamento mascherata da strategia di pace.

Ottocento miliardi di euro.
Ottocento miliardi di promesse infrante, di risorse sottratte a sanità, ricerca, ambiente, cultura.
Ottocento miliardi che si sporcheranno di sangue.

 

Quando diranno “è inevitabile”, noi diremo “è proibito”

Se l’Italia vuole onorare la sua Costituzione, deve riprendere il controllo delle sue scelte militari, rendere pubbliche le forniture d’armi, sospendere l’export verso Paesi in guerra e promuovere politiche estere basate sul diritto internazionale, non sull’interesse economico.

Perché la pace non è un lusso da Paesi ingenui: è una forma di potere civile.
E difendere la pace, oggi, significa avere il coraggio di opporsi a un’economia che della guerra ha fatto la sua linfa vitale.

“Il ripudio della guerra” non è una formula poetica: è cultura, etica, morale, rispetto, buon senso.
È una promessa.
E come ogni promessa, va mantenuta.

Potranno preparare conflitti in nome della sicurezza, e noi prepareremo la PACE in nome dell’umanità.

Quando diranno “è inevitabile”, gli ricorderemo che il ripudio alla guerra non si revoca.