A cura di Monica e Sabrina 11 febbraio 2026
Continenti diversi.
Culture, lingue, vite che non si incrocerebbero mai.
Eppure stanno dicendo la stessa cosa.
Nei porti del Mediterraneo e del Nord Europa, uomini e donne in tuta da lavoro fermano container, rallentano navi, alzano le mani e dicono: “Non in mio nome”.
La guerra, per loro, non è un’astrazione. Ha un peso, un codice, una bolla di carico. Passa dalle loro braccia. E proprio lì scelgono di interrompere il flusso.
Dall’altra parte del mondo, monaci buddisti camminano. Nessuno striscione, nessun blocco, nessuna richiesta. Solo passi. Lenti. Migliaia di chilometri. Come a dire: se il mondo corre verso la distruzione, noi scegliamo la lentezza, la cura, la presenza.
Uno è un gesto ruvido, sindacale, politico.
L’altro è silenzioso, spirituale, quasi disarmante.
Ma il cuore è lo stesso: la guerra si può evitare.
Non è un destino scritto.
Non è una legge della natura.
È una scelta umana. E ogni scelta può essere rifiutata.
I portuali ci ricordano che anche l’ultimo ingranaggio può dire no.
I monaci ci ricordano che senza una trasformazione interiore, nessun blocco durerà per sempre.
Forse oggi la pace non nasce da un unico luogo.
Con il corpo.
Con la coscienza.
Con il coraggio, semplice e radicale, di non accettare la follia come normalità.
Forse il mondo cambia così: qualcuno si ferma, qualcun altro cammina. E insieme spostano la direzione.
Grazie a chi, in silenzio o ad alta voce, sceglie ogni giorno da che parte stare.❤️
Per chi volesse approfondire, ecco il racconto della marcia e delle proteste che stanno scuotendo il mondo...
“Blocchiamo tutto”
Il 6 febbraio si è svolto uno sciopero internazionale dei porti contro il riarmo e la guerra. In Italia, l’iniziativa è stata proclamata dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme ai collettivi dei lavoratori portuali e persone comuni, mentre in altri Paesi l’azione è stata sostenuta da organizzazioni sindacali e gruppi di lavoratori. Complessivamente, la mobilitazione ha coinvolto 21 tra i principali scali europei e mediterranei, tra cui Bilbao, Tangeri, il Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona, Civitavecchia, Cagliari e altri ancora. Nei giorni precedenti avevano annunciato la propria adesione anche Marsiglia, Anversa e Amburgo. In parallelo, iniziative si sono svolte in diverse città portuali degli Stati Uniti, così come in Brasile e Colombia, con il sostegno di movimenti e associazioni impegnate sui temi della pace e della solidarietà internazionale.
Con questa iniziativa, i lavoratori hanno voluto richiamare l’attenzione sulla militarizzazione dei porti, sul conflitto in Palestina, sul traffico di armamenti e sull’escalation militare globale.
Al centro della protesta vi è stata anche la denuncia dei processi di privatizzazione che, secondo i promotori, stanno trasformando gli scali marittimi in funzione di logiche di profitto e strategie legate all’industria bellica. I lavoratori hanno sottolineato le ricadute che tali dinamiche hanno sulle condizioni occupazionali e sociali, sostenendo che l’economia di guerra incide direttamente su salari, diritti e servizi pubblici.
“Cammino meditativo”
Se nei porti europei la protesta assume la forma dello sciopero, negli Stati Uniti prende il ritmo lento di una marcia. È la “Walk for Peace”, partita il 26 ottobre 2025 da Fort Worth, in Texas, diretta a Washington D.C., oltre 3.700 chilometri più in là. A camminare sono 19 monaci buddhisti del Tempio Huong Dao, attraversando Louisiana, Mississippi, Alabama e Georgia, per poi risalire dalle Caroline e dalla Virginia fino alla capitale. Nessuno slogan, nessuna bandiera: solo passi lenti e meditativi in un Paese attraversato da tensioni profonde.
Il loro passo è deliberatamente lento. Ogni chilometro diventa una meditazione in movimento, un gesto ripetuto con ostinazione in un Paese segnato da paure e fratture profonde. Arriveranno a Washington in questi giorni, nel cuore politico di una nazione segnata dalla violenza, ma senza alzare la voce. I monaci del centro Huong Dao Vipassana Bhavana non portano slogan né programmi: portano il proprio corpo, esposto alla fatica, al freddo, al caldo, alla distanza. È una scelta disarmata e radicale insieme: mentre il mondo parla il linguaggio della forza, loro affidano il messaggio alla vulnerabilità del cammino.
Il loro messaggio è simbolico: portare consapevolezza e compassione nel cuore politico degli Stati Uniti. Accanto ai monaci cammina Aloka, un cane salvato in India e diventato simbolo della marcia, tornato a camminare dopo un delicato intervento alla zampa.
Infine, mentre i monaci attraversano gli Stati Uniti e in molte piazze del mondo si continua a chiedere il cessate il fuoco e l’apertura di negoziati, l’Europa ha scelto di stanziare altri 90 miliardi per rafforzare il fronte militare. Circa 60 miliardi sono destinati al potenziamento delle capacità di difesa e all’industria bellica ucraina, mentre 30 miliardi andranno al sostegno macrofinanziario e al bilancio degli Stati membri. Qui la delibera ufficiale dell'UE
Questo enorme investimento sarà raccolto anche attraverso nuovo debito comune europeo, con impatto diretto sui contribuenti italiani.
Non è una contraddizione casuale, ma una scelta politica precisa, che va in direzione opposta rispetto a chi chiede con determinazione la pace.
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