A cura di Monica e Sabrina 29 marzo 2026
Vaccinazione bovina 2026: continuità sanitaria o scelta senza confronto?
Dalla strategia istituzionale ai dubbi degli allevatori, tra dati ufficiali, silenzi e domande ancora aperte.
L’Assessore alla Sanità Carlo Marzi ha annunciato: “È all'ordine del giorno della seduta della prossima Giunta del 27 marzo la delibera di approvazione del piano di vaccinazione ufficiale obbligatoria 2026”. Una decisione presentata come naturale continuità di quanto fatto nel 2025, con un obiettivo dichiarato: proteggere il patrimonio zootecnico valdostano e garantire stabilità alla filiera lattiero-casearia.
Nel suo intervento, l’Assessore ha ripercorso le tappe dello scorso anno, sottolineando il dato più significativo: circa 35.000 bovini vaccinati in meno di un mese. Un risultato definito efficace, tanto da aver ricevuto — secondo quanto dichiarato — il riconoscimento del Ministero della Salute e del CESME.
Da qui la scelta di proseguire sulla stessa linea: mantenere la copertura immunitaria attraverso un richiamo vaccinale obbligatorio nella primavera 2026.
Uno di questi riguarda il livello europeo. La Regione Valle d’Aosta avrebbe ottenuto una valutazione favorevole alla prosecuzione della profilassi anche per il 2026. Tuttavia, lo stesso via libera — come riportato — non sarebbe stato concesso al Piemonte.
E qui nasce una prima domanda inevitabile: perché due territori confinanti, con dinamiche zootecniche strettamente collegate, ricevono risposte diverse?
Un altro punto centrale riguarda la movimentazione degli animali. La vaccinazione viene indicata come condizione essenziale per garantire gli spostamenti interregionali e la continuità delle attività economiche legate all’allevamento. In questo quadro, diventa determinante anche la gestione dei capi provenienti da fuori regione, che dovranno essere vaccinati al loro ingresso in Valle d’Aosta.
Parliamo di numeri tutt’altro che marginali: nel 2025 sono stati oltre 3.500 i capi arrivati da fuori valle, in gran parte dal Piemonte. Numeri che, secondo le previsioni, resteranno simili anche nel 2026.
Fin qui, la posizione istituzionale appare lineare: prevenzione, continuità, coordinamento con i livelli nazionali ed europei.
Eppure, è proprio su questa apparente linearità che si innesta la critica.
“La sanità si occupa di agricoltura, i veterinari della gestione delle stalle, non più gli allevatori”, ha affermato. Una frase che restituisce la percezione di uno spostamento del potere decisionale dal territorio alle strutture sanitarie.
Da qui si apre un altro livello del problema.
Se la vaccinazione è obbligatoria per tutti, senza distinzione, quale spazio resta all’autonomia degli allevatori? E soprattutto: quale garanzia offre realmente questa strategia?
Il punto più delicato riguarda infatti l’efficacia concreta delle misure adottate. La domanda posta è semplice, ma tutt’altro che secondaria: cosa succede in caso di focolaio?
“Se dobbiamo abbattere tutti i capi anche con il vaccino, allora non abbiamo ottenuto nulla”, ha osservato il Consigliere.
Una frase che sposta il tema dal “fare qualcosa” al “quanto serve davvero ciò che stiamo facendo”. Se le misure più drastiche restano comunque possibili, anche in presenza di animali vaccinati, allora il senso stesso dell’obbligo cambia: non più alternativa all’abbattimento, ma possibile affiancamento.
L’ipotesi avanzata è che queste particelle possano aver innescato la risposta infiammatoria osservata, portando alla formazione del nodulo sottocutaneo. Se confermata da studi futuri, la questione potrebbe indicare un fenomeno di contaminazione ambientale o alimentare, più che una problematica infettiva.
Eppure, su questo fronte, il silenzio è quasi totale.
E questo silenzio non riguarda solo il dibattito pubblico. Nel confronto quotidiano tra allevatori — nelle stalle o nei momenti informali — circolano racconti di capi che, dopo la vaccinazione, avrebbero manifestato reazioni avverse. Episodi che restano confinati a queste conversazioni e che, nella maggior parte dei casi, non vengono formalizzati né portati all’attenzione dei servizi veterinari.
Le ragioni possono essere diverse — dal timore di conseguenze alla sfiducia nell’utilità della segnalazione — ma il risultato è uno solo: ciò che non viene dichiarato semplicemente non esiste nei dati ufficiali.
E così si crea una frattura evidente tra ciò che viene riportato a livello istituzionale, dove la campagna vaccinale non avrebbe evidenziato criticità, e ciò che invece circola tra chi lavora ogni giorno nelle stalle.
È proprio qui che si apre un nodo decisivo: senza una reale assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti, allevatori compresi, ogni valutazione rischia di poggiare su una base incompleta.
“Se nessuno ci pascola, avremo dei problemi”, è stato detto in aula.
Una misura eccezionale, accettata in un contesto di emergenza, non è la stessa cosa quando diventa regola.
Alla fine del confronto, più che uno scontro netto, emerge una distanza: da una parte le istituzioni, che parlano di sicurezza, prevenzione e riconoscimento scientifico; dall’altra: dubbi, perplessità e richieste di maggiore coinvolgimento da parte di chi lavora ogni giorno sul territorio.
E resta una domanda, forse la più semplice di tutte: questa è davvero una scelta condivisa, oppure una decisione già presa alla quale ci si chiede di adeguarsi?
Video integrale dell'intervento dell'Assessore Marzi
Video integrale dell'intervento del Consigliere Carrel