Accesso agli atti sulla vaccinazione bovina: oltre 250 cittadini chiedono chiarezza

A cura di  Monica e Sabrina   9 maggio 2026

Vaccinazione bovina: “nessun problema”, dicono. Ma su quali basi?
Accesso agli atti sulla vaccinazione bovina: oltre 250 cittadini chiedono chiarezza


Domenica 3 maggio 2026 abbiamo inviato ufficialmente un accesso agli atti per ottenere documentazione chiara e verificabile in merito alla vaccinazione bovina contro la dermatite nodulare.

Non siamo soli.

Sono oltre 250 le persone — tra consumatori e allevatori — che hanno deciso di sostenere questa iniziativa, condividendo una preoccupazione concreta: capire, dati alla mano, quali siano gli effetti reali di questa vaccinazione.

Questa iniziativa non nasce oggi.

Negli ultimi mesi abbiamo seguito con attenzione l’evoluzione della campagna vaccinale, cercando di porre domande e di aprire un confronto pubblico.
Lo abbiamo fatto raccontando quella che abbiamo definito una “corsa silenziosa alla vaccinazione bovina" (per leggere l'articolo clicca qui), rivolgendo anche una lettera aperta agli allevatori valdostani e interrogandoci sulla continuità delle scelte sanitarie adottate nel 2026. 


Un percorso fatto di domande, mai di risposte definitive.

La questione, in fondo, è semplice ma fondamentale.

La vaccinazione è stata resa obbligatoria attraverso una specifica deliberazione della Giunta regionale (n. 339 del 27 marzo 2026), che prevede sanzioni per chi non aderisce e il blocco della movimentazione.
Parallelamente, dalle Istituzioni — e in particolare dall’assessore alla sanità regionale valdostana Carlo Marzi — è stato ribadito che “non ci sono problemi”, con rassicurazioni nette sulla sicurezza per i consumatori e sulla qualità delle produzioni: carne e latte, dichiarati sicuri.

Dichiarazioni ribadite anche recentemente, a seguito della missione a Bruxelles dell’assessore alla sanità e della struttura veterinaria regionale, una missione che sembra aver avuto soprattutto il compito di consolidare e legittimare la linea sanitaria adottata.

Eppure, accanto a queste rassicurazioni, emergono anche alcune segnalazioni provenienti dal territorio.

Infatti, in risposta a un precedente accesso agli atti inviato da uno degli allevatori resistenti valdostani, l’Amministrazione regionale ha comunicato che, nel corso della campagna vaccinale 2025, risultano registrate otto segnalazioni ufficiali di eventi avversi, nello specifico aborti avvenuti successivamente alla vaccinazione. Inoltre viene indicato che sarebbero stati segnalati, in modo informale, effetti collaterali lievi e transitori, riconducibili a reazioni già note e previste.

Nella stessa comunicazione viene precisato che non è stata accertata una correlazione causale tra tali eventi e la somministrazione del vaccino e che, nel complesso, non si è registrato un incremento rispetto all’anno precedente.

Spostando però per un momento l’attenzione sull’altra e ultima regione interessata dall’obbligo di questi trattamenti, quanto accaduto nelle scorse settimane in Sardegna mostra come il tema non possa essere liquidato con superficialità.
A Muravera, nel Sarrabus, sono stati abbattuti circa 190 bovini dopo l’accertamento di quattro casi di dermatite nodulare contagiosa all’interno della mandria. Una vicenda che ha profondamente colpito l’opinione pubblica anche perché, come riportato il 23 aprile 2026 dal quotidiano L'Unione Sarda (articolo verificabile cliccando qui), quasi tutti gli animali risultavano sani e già vaccinati.
Animali che, fino a pochi giorni prima, pascolavano tra la laguna di Feraxi e la strada per il mare, diventando parte del paesaggio quotidiano del territorio e del lavoro di un’intera famiglia di allevatori.

Un episodio che ha inevitabilmente riacceso interrogativi e richieste di chiarimento non soltanto tra gli allevatori coinvolti, ma anche tra cittadini e consumatori, soprattutto rispetto all’efficacia delle misure adottate, alla gestione sanitaria dei focolai e alle conseguenze economiche e sociali derivanti dall’applicazione dei protocolli previsti dalla normativa vigente.

Ed è proprio qui che emerge un ulteriore interrogativo.

La dermatite nodulare contagiosa bovina è classificata dall’Unione Europea come malattia di categoria A, cioè tra quelle considerate normalmente assenti dal territorio europeo e per le quali è prevista l’eradicazione immediata (abbattimento) in caso di comparsa.

In Valle d'Aosta, ad oggi, non si è mai registrato alcun caso di questa patologia.

Eppure questa malattia non è affatto comparsa oggi in Europa.

I primi focolai nel territorio europeo risalgono ormai al 2015, quando la malattia venne ufficialmente rilevata in Grecia (Stato membro dell'UE), per poi diffondersi negli anni successivi anche in Bulgaria, Serbia, Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e in altre aree dei Balcani. Negli anni seguenti l’Europa stessa ha finanziato campagne vaccinali di massa proprio per contenerne la diffusione.

Se dunque si tratta di una malattia presente nel continente europeo da oltre dieci anni, e che secondo la stessa documentazione europea non rappresenta un rischio per l’uomo, sorgono inevitabilmente ulteriori domande.

Per quale motivo continua ad essere mantenuta nella categoria più restrittiva prevista dalla normativa sanitaria europea?
Perché continuano ad essere applicati protocolli che prevedono l’abbattimento di animali sani o vaccinati?

E ancora: se il tasso di mortalità viene descritto come relativamente contenuto e la malattia viene affrontata principalmente come problema veterinario, è legittimo domandarsi se le misure adottate siano oggi ancora proporzionate rispetto alla reale situazione epidemiologica.

È proprio su questi elementi che si concentra la nostra richiesta di approfondimento.

La presenza di segnalazioni — pur non ritenute correlate secondo le valutazioni attuali — dovrebbe comunque imporre la massima trasparenza e l’accesso completo alla documentazione disponibile.

Sono state effettuate tutte le verifiche necessarie su questi casi?
Quali controlli approfonditi sono stati realmente eseguiti sugli animali coinvolti?

Secondo il principio di precauzione, infatti, proprio in presenza di segnalazioni — pur non confermate come correlate — sarebbe necessario procedere con la massima cautela, rafforzando verifiche e analisi prima di consolidare ulteriormente la campagna vaccinale.

Non si tratta di trarre conclusioni affrettate.
Si tratta di garantire che ogni elemento disponibile sia stato adeguatamente valutato, a tutela della salute animale e della sicurezza della filiera.

Ed è proprio alla luce delle dichiarazioni fatte dall'assessore Carlo Marzi e dalla veterinaria regionale Enrica Muraro che tornano inevitabilmente alcune domande:

Su quali basi documentali si fondano queste certezze?
Quali evidenze scientifiche supportano queste posizioni?
Quali controlli sono stati effettuati sugli animali vaccinati e sui prodotti destinati al consumo umano?

Il nostro accesso agli atti nasce esattamente da qui: dalla richiesta di documenti ufficiali che dimostrino in modo chiaro che questa vaccinazione non comporti rischi né per gli animali né per le persone.

E fino a quando quei dati non saranno resi pubblici in modo chiaro e accessibile, la domanda resterà la stessa: 
davvero “non ci sono problemi”?
E soprattutto: su quali basi?

Desideriamo ringraziare tutte le persone che hanno sostenuto questa iniziativa.
Non soltanto allevatori e cittadini valdostani, ma anche tante persone che ci hanno scritto da fuori regione, dimostrando attenzione e sensibilità verso un tema che riguarda tutti.

Chi acquista e consuma prodotti valdostani ha il diritto di sapere cosa arriva sulle proprie tavole.

Le oltre 250 adesioni ricevute dimostrano che fare domande non significa creare allarmismo, ma pretendere trasparenza e informazioni documentate.

L’unione fa la forza. E la partecipazione di così tante persone ci conferma che continuare a cercare risposte sia non solo legittimo, ma anche necessario.


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