A cura di Monica e Sabrina 9 giugno 2026
Succede ogni giorno: una persona si presenta al CUP per prenotare una visita o un esame e riceve una data incompatibile con qualsiasi reale esigenza di cura, con attese che possono essere di mesi o addirittura anni. E quasi sempre accetta, convinta che non esista alternativa.
Poi, per caso, entra in scena una parola sconosciuta ai più: “percorso di tutela”.
Nel frattempo, il tema è arrivato anche in Consiglio regionale della Valle d’Aosta.
Attraverso un’interpellanza dedicata proprio al “percorso di tutela”, un consigliere ha posto una domanda semplice all’assessore alla sanità Carlo Marzi. Se il cittadino ha diritto a ottenere visite ed esami entro tempi compatibili con la propria priorità clinica, perché questo diritto non viene comunicato automaticamente quando le liste d’attesa superano i limiti previsti?
Nel suo intervento ha denunciato un problema che molti cittadini riconoscono immediatamente: il percorso di tutela, pur esistendo formalmente, spesso diventa concretamente accessibile solo a chi è informato, insistente o capace di orientarsi tra procedure amministrative e strumenti digitali.
La risposta di Marzi, però, ha descritto un quadro molto diverso. Secondo quanto dichiarato in aula, oggi il sistema sarebbe già organizzato affinché il percorso di tutela venga attivato direttamente dagli operatori del CUP quando non è possibile garantire la prestazione entro i tempi previsti. L’assessore ha inoltre sostenuto che l’accesso al percorso sia ormai “uniforme e garantito equamente a tutti”. Infine, secondo l’assessore, questo strumento è adeguatamente e diffusamente comunicato attraverso il sito internet istituzionale.
Ma una comunicazione affidata principalmente a un sito internet è davvero sufficiente per raggiungere tutti i cittadini?
Non ci abitueremo mai alle risposte sempre più imbarazzanti dell’assessore alla sanità valdostana. Dopo una risposta del genere, il dubbio viene quasi spontaneo: i cittadini e le Istituzioni stanno osservando la stessa sanità? Forse, prima di dichiarare che tutto funziona e che i diritti sono garantiti a tutti, bisognerebbe passare qualche ora agli sportelli del CUP e confrontarsi con chi ogni giorno si scontra con le liste d'attesa.
Il problema non riguarda soltanto il funzionamento delle procedure, ma soprattutto chi resta escluso da queste informazioni. Una persona anziana, ad esempio, non dovrebbe avere bisogno di conoscere cavilli sanitari per accedere a una visita nei tempi corretti. Non dovrebbe dipendere dal passaparola o dalla fortuna di incontrare l’impiegato giusto.
Uno Stato democratico non può limitarsi a scrivere un diritto in una delibera e considerare assolto il proprio compito: deve renderlo accessibile, comprensibile e concretamente esercitabile.
Quando un diritto esiste soltanto per chi sa che esiste, smette di essere davvero universale.
La sanità pubblica nasce su un principio preciso: garantire cure in base al bisogno, non in base al reddito, alle conoscenze o alla capacità di orientarsi nella burocrazia.
In un Paese che si definisce Stato sociale, che tutela la salute come diritto fondamentale attraverso l’Art. 32 della Costituzione e che finanzia il servizio sanitario attraverso la fiscalità generale, sentirsi rispondere che “la legge non ammette ignoranza” è semplicemente grottesco.