Tot amodo, Presidan! Valle d’Aosta: terra di ricorsi e personalismi

Tot amodo, Presidan!
Valle d’Aosta: terra di ricorsi e personalismi

Il Consiglio del 13 maggio 2026 segna un punto cruciale in una vicenda che affonda le proprie radici già nella scorsa legislatura, quando, nel 2023, le dimissioni del presidente Erik Lavevaz aprirono una fase di disequilibrio all’interno della maggioranza.

2023. UV alla ricerca di un nuovo Presidente
Alla prima votazione del 24 febbraio 2023, Renzo Testolin ottenne solo 17 voti sui 19 disponibili: due schede bianche, una nulla e voti dispersi. Nel suo intervento parlò di «uno sgarbo e un affronto alla politica, alle istituzioni e soprattutto alla gente», sostenendo che quella fosse «l’unica via per dare un governo a questa Regione». Parole che ad oggi, 15 maggio 2026, fanno rabbrividire.

Due settimane più tardi, alla seconda votazione, la maggioranza lo elesse con 19 voti pieni, mentre l’opposizione abbandonava l’aula.

L’immagine che ne emergeva era chiara: una maggioranza costretta a ricomporre gli equilibri interni.

2024-2025. Documenti nascosti, elezioni e ricorsi
Il 15 ottobre 2024, i consiglieri Chiara Minelli e Erika Guichardaz, avevano chiesto agli uffici della Presidenza del Consiglio un chiarimento sull’interpretazione della legge regionale 21/2007, domandando se alcuni componenti della Giunta si trovassero già al terzo mandato consecutivo. Dopo due solleciti, la risposta arrivò circa quarantacinque giorni più tardi: secondo l’Ufficio di Presidenza non vi erano le condizioni per esprimersi sulla questione.

Tuttavia, poche settimane dopo, gli stessi componenti dell’Ufficio di Presidenza ricevettero una nota interna della Segreteria generale del Consiglio e delle dirigenti degli Affari generali e legislativi che, richiamando la legge regionale sui limiti di mandato, evidenziava come Renzo Testolin e Luigi Bertschy si trovassero già alla terza legislatura consecutiva di governo e che un ulteriore incarico in Giunta avrebbe configurato una quarta legislatura consecutiva.

Nonostante ciò, la questione rimase confinata agli uffici regionali e non produsse alcuna conseguenza politica immediata, riemergendo pubblicamente soltanto dopo le elezioni e l’avvio dei ricorsi giudiziari.

Vale la pena ricordare che la legge regionale 21/2007 sui limiti di mandato venne approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi del Consiglio regionale. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, quella stessa norma viene riletta e contestata proprio dall’area politica che allora la approvò.

Ma veniamo all'attuale legislatura. Il 28 settembre 2025 segna l’inizio di una fase di forte tensione politica. Il primo atto formale arriva il 18 novembre, quando presentammo un ricorso contro l’applicazione retroattiva della nuova legge elettorale, richiamando il principio secondo cui le regole non possono essere cambiate a partita già iniziata. (per approfondimenti vedi: Lettera Aperta)

A dicembre la situazione si complica ulteriormente: il gruppo Alleanza Verdi e Sinistra impugna la rielezione di Testolin e di Bertschy, contestando il superamento dei limiti di mandati consecutivi.

La vicenda esplode pubblicamente con il fuorionda nel quale il costituzionalista Enrico Grosso e il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, discutono informalmente della giurisdizione del procedimento, sollevando interrogativi sull’opportunità istituzionale di un simile confronto. (per approfondimenti vedi: Come un topo nel cacio)

La sensazione, osservando questa vicenda dall’esterno, è quella di una politica che abbia progressivamente smarrito il senso del proprio ruolo: non più strumento al servizio della comunità e del territorio, ma spazio in cui la difesa del potere e degli equilibri interni finisce per prevalere sulle reali esigenze dei cittadini.

Consiglio regionale del 5 maggio 2026: Testolin dichiarato ineleggibile
Il Tribunale di Aosta, con la sentenza n. 110/2026 del 2 maggio, stabilisce che «Testolin Renzo è ineleggibile alla carica di Presidente e, per l’effetto, lo dichiara decaduto». La decisione viene definita immediatamente esecutiva e produce i suoi effetti dal giorno della pubblicazione.

Da quel momento si attiva il meccanismo previsto dalla normativa regionale: la Giunta resta in carica per l’ordinaria amministrazione, con la Presidenza assunta dal Vicepresidente, mentre si apre una finestra di 60 giorni per l’elezione di un nuovo Presidente e di una nuova Giunta.

Durante il Consiglio si prende atto della sentenza e della presa di distanza dell’Ufficio di Presidenza dalle dichiarazioni del costituzionalista Nicola Lupo, consulente esterno  del Consiglio Valle. In Aula emergono dure critiche rispetto a tali dichiarazioni, definite “scomposte”, in particolare laddove viene sostenuto che i giudici avessero già definito il proprio orientamento prima ancora di ascoltare la discussione della difesa.

Il dibattito si accende e, in più interventi, la discussione assume toni politici più ampi. In Aula si sentono infatti frasi come:

«Quando una maggioranza inizia a prendere le distanze da se stessa, non siamo più di fronte a un incidente di percorso, ma a un segnale politico.» (consigliere Jean-Piere Giuchardaz - PD)

«Una maggioranza è un sistema organizzato che deve essere in grado di dire ai suoi componenti: fatti da parte.»  e ancora «Avete i numeri: è giunto il momento di usarli per fare qualcosa di serio, per esempio cambiare governo.» (consigliere Corrado Bellora - Lega)

Un altro punto centrale del dibattito è la strategia difensiva adottata dalla Regione, che viene definita come un vero e proprio «paradosso autonomista». Secondo il consigliere Andrea Campotaro (Rete Civica), infatti, la maggioranza avrebbe difeso la legge regionale 21/2007 sul limite dei mandati da un lato come espressione di autonomia, mentre dall’altro avrebbe cercato di farla dichiarare incostituzionale in giudizio.

In questo contesto afferma: «Avete trattato la Regione come un ufficio legale personale» e accusa la Giunta di aver utilizzato risorse pubbliche per difendere una posizione legata alla permanenza di un singolo nella carica.

La domanda che ne deriva è inevitabile: è questo il corretto utilizzo delle risorse pubbliche?

La risoluzione presentata dalla minoranza — volta a impegnare quindi la Giunta a non ricorrere contro la sentenza del Tribunale di Aosta e a non utilizzare risorse pubbliche per contestarne gli esiti — viene infine posta in votazione segreta.

Voto segreto: numeri che parlano
La risoluzione del 5 maggio non passa: 35 presenti, 14 favorevoli, 15 contrari e 6 astenuti.

Il dato politico appare significativo: le astensioni provenienti dall’area di maggioranza possono essere interpretate come un segnale di disagio o di non piena compattezza interna.

Nei giorni successivi Testolin, in barba a tutte le richieste fatte in consiglio, presenta ricorso e torna al proprio incarico.

Osservando le sue mosse, continua a ricordarci la celebre frase del Marchese del Grillo: «Io sono io e voi non siete un c***o!», che sembra rappresentare alla perfezione l’atteggiamento mostrato anche in questa vicenda. (per approfondimenti vedi: Missioni istituzionali o “vacanze romane”?)

Manifesto affisso in piazza Mazzini il 29 gennaio 2025

Il gesto assume così un forte valore simbolico: interessi personali e continuità politica sembrano prevalere sul principio di servizio pubblico. La politica rischia di apparire come una somma di strategie individuali più che come tutela delle regole e delle Istituzioni.

La maggioranza avrebbe potuto scegliere un percorso diverso: nominare un nuovo Presidente e continuare a governare, consentendo a Testolin di proseguire il proprio ricorso senza compromettere l’immagine istituzionale della Regione.
Scelse invece la difesa della carica a ogni costo.

Consiglio straordinario del 13 maggio 2026: presa d’atto del reintegro di Renzo Testolin
Il Consiglio straordinario del 13 maggio si è concentrato esclusivamente sulle conseguenze politiche e istituzionali del ricorso di Renzo Testolin, reintegrato formalmente nella carica di Presidente dopo la sentenza del Tribunale di Aosta.

La minoranza ha denunciato l’incertezza generata dalla situazione, accusando la maggioranza di voler “tirare avanti” con un Presidente dichiarato ineleggibile in primo grado. Nel dibattito è stato sottolineato come i limiti di mandato non siano un dettaglio burocratico, ma un principio pensato per prevenire concentrazione e personalizzazione del potere.

Sono state presentate due risoluzioni: la prima prendeva atto del reintegro e del ricorso depositato alla Corte d’Appello di Torino, evidenziando come l’azione di governo resti di fatto sub iudice (ancora oggetto di giudizio in tribunale) fino all’esito. Inoltre chiede la nomina di un nuovo governo pienamente legittimato, sostenendo che il diritto alla difesa non possa giustificare la permanenza nella carica in una fase di incertezza prolungata.

La seconda risoluzione ha ampliato il confronto sul piano politico e sistemico, evidenziando il rischio di una lunga fase di instabilità in caso di rinvio alla Corte costituzionale e invitando il Consiglio a non attendere passivamente, ma a valutare le dimissioni del Presidente.

La minoranza propone il voto nominale per rendere pubblica la posizione di ciascuno e si rivolge direttamente ai venti consiglieri di maggioranza:

«Siete lì in venti. Spiegatemi perché, tolti due, gli altri diciotto non siano in grado di fare quello che fanno quei due.» (consigliere Corrado Bellora - Lega)

Si arriva così al voto finale di entrambe le risoluzioni: venti contro, tredici a favore e due assenti. Un risultato simbolico che conferma la decisione di proseguire il mandato nonostante la sentenza di primo grado e l’incertezza dell’appello.

Questa votazione ha mostrato chiaramente la disciplina interna della maggioranza. A differenza del voto segreto, in cui i consiglieri possono sentirsi più “liberi” di esprimere dissenso, quello nominale ha reso il gruppo più compatto e “obbediente” nell’esprimere pubblicamente le proprie posizioni. È stato significativo e alquanto imbarazzante vedere ciascun consigliere di maggioranza, in particolare gli astenuti del 5 maggio, alzarsi e dichiarare a voce alta: «Contraire»

Una crisi che interroga  
Le dinamiche emerse nelle ultime sedute confermano un progressivo irrigidimento del quadro politico e istituzionale. Da un lato la minoranza richiama la necessità di garantire discontinuità per preservare legittimità e stabilità delle istituzioni; mentre la maggioranza rivendica la continuità amministrativa e il pieno diritto al ricorso nelle sedi giudiziarie.

Resta tuttavia una domanda che attraversa l’intera vicenda: fino a che punto un governo può spingersi nel ridefinire i confini delle regole in nome della continuità del potere?

Nel frattempo, le regole sono state contestate, la legge elettorale modificata a partita già avviata, i limiti di mandato letti e interpretati in base agli equilibri politici del momento.

E fuori dall’aula? I cittadini osservano e cresce la distanza con una parte della società che fatica sempre più a riconoscersi nelle proprie Istituzioni. Non si tratta soltanto di sfiducia o di rassegnazione. È una stanchezza più profonda, alimentata dalla percezione di una politica spesso concentrata su sé stessa più che sui problemi reali del territorio.

Eppure il Consiglio regionale resta un luogo pubblico, aperto ai cittadini. Le sedute si svolgono generalmente ogni due settimane, il mercoledì e il giovedì, e assistervi permette forse di comprendere meglio il clima politico e istituzionale che la Valle d’Aosta sta attraversando.

Per troppo tempo ci si è rifugiati nell’idea che “tanto non cambia nulla”. Una democrazia si indebolisce quando i cittadini smettono di prendersi la responsabilità, di partecipare e di vigilare chi governa. Ma sopravvive solo se smettiamo di delegare e cominciamo a contarci.

 

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